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Le aziende tecnologiche complici della censura

Il governo indiano con a capo Narenda Modi, attuale primo ministro, ha approvato una serie di misure per controllare i mezzi di comunicazione digitali obbligando i colossi della rete come Google, Facebook, Twitter e Zoom a rimuovere su richiesta del governo contenuti che minacciano la sovranità e l’integrità dell’India e a consegnare informazioni sui propri utenti e rintracciare le fonti originarie di “informazioni malevole”. Emblematico il caso dell’attivista ambientale Disha Ravi, fondatrice della sezione indiana del movimento ambientalista Fridays for future, imprigionata, ma poi rilasciata su cauzione per inconsistenza di prove, per aver contribuito insieme a Greta Thumberg a diffondere su Twitter un vademecum per chi voleva aderire alla campagna di sostegno degli agricoltori indiani contrari alla nuova legge agricola.

Mentre negli Stati Uniti e in Europa le aziende tecnologiche cercano di tutelare sulle piattaforme la libertà di espressione contenendo l’istigazione all’odio e gli estremismi politici, in India assecondano le scelte governative per mero interesse economico. Assecondare la diffusione di notizie pretestuose, in grado di fomentare conflitti e distrarre l’opinione dai reali problemi del paese, sembra essere il prezzo per l’accesso a un mercato enorme e in continua crescita.

Sta in:
Internazionale Anno 2021 N. 1401 P. 54-58
Già pubblicato in:
The Intercept (Stati Uniti)